Una morte annunciata

di Spritz_Nero

Sono deluso. Credo di non essere il solo.
Non apprezzo più la semplicità, forse. Le luminarie natalizie, vanto comunale, orgoglio cittadino, non mi trasmettono nulla di particolarmente eclatante. Non scuotono la mia sensibilità, non mi sorprendono. Nemmeno quelle affisse al Municipio, che trovo semplicissime luminarie a forma di fiocco di neve stilizzato. Forse il fascio di luce viola sparato sulla facciata contribuisce a scuotermi un po’, ricordandomi che oggi 1 dicembre, è la giornata dedicata alla prevenzione dell’aids. Ricordi di vecchie pubblicità progresso dove i contagiati erano rappresentati da persone circondate da un alone di luce viola, appunto.
Sono svogliato. Sarà forse il freddo, la prevedibile pioggia incessante che rompe le uova nel paniere agli organizzatori di quel che si prospetta un abulico dicembre goriziano, facendo anche scappare a metà opera artisti e bancarelle chiamati in occasione di San Candido.
Ma non ho visto nessun artista e non avevo intenzione di andare a vederli.
Non ho visto le luci in Piazza Vittoria.
Non ho voglia di diventare matto per cercare posteggio, schivare ausiliari e vigili, controllare orari e cercare monetine, camminare sotto la pioggia, finire in una piazza deserta contornata da negozi semi vuoti per rischiare di non vedere nemmeno qualche suonatore o bancarella improvvisata.
Il primo giorno d’inverno non fa altro che legittimare ancor di più la mia pigrizia.
Sono goriziano, faccio parte di quella generazione cresciuta davanti alla tv, che trent’anni dopo, mentre spinge i passeggini per il corso o accompagna i propri figli a scuola è capace di parlare prima con esattezza imbarazzante della fusione nucleare e poi con nonchalance rispolverare con malinconia gli aneddoti di Pollon, Holly e Benji, Mila e Shiro e compagnia bella.
Una generazione illusa.
Tante promesse inevase, un meraviglioso e sano futuro dipinto giorno dopo giorno nelle nostre menti da quelli che altro non erano che progetti commerciali pianificati sulle nostre spalle. Soldi.
Siamo cresciuti come androidi ai quali sono stati impiantati dei sogni pre confezionati, eterni scontenti alla ricerca della felicità da comperare e che mai riusciremo a comperare, perché la felicità non ha un costo.
Natale ormai è l’auto celebrazione del consumismo nella quale chi ha un lavoro sicuro e qualche soldo da parte può facilmente convincersi che per qualche giorno la felicità sarà a portata di portafoglio; c’é anche chi il Natale lo vede come un giorno utile in meno per spedire curricula in giro, un prolungamento vestito a festa della tortura cui una persona disoccupata deve già subire nel quotidiano.
Sono pessimista.
Perché nelle lunghe passeggiate che avevo l’onore e la fortuna di condividere con la mia cara nonna, mi affacciavo timido al mondo ascoltando quello che era successo prima del mio arrivo e parlavo di quello che sarebbe potuto succedere poi. Guardavo incuriosito quello che la città mi offriva per le prime volte, mi inebriavo degli odori di antico e quasi mi irrigidivo dalla paura al cospetto delle immense statue di legno dei cavalieri nelle fredde sale del castello.
Ogni angolo della città aveva una storia da raccontare ed io sentivo l’esigenza di respirala a pieni polmoni.
Ero un illuso, un bambino con tanti sogni in cui credere.
Rimango un illuso, non sono più un bambino e Gorizia si sta sgretolando, pian piano, sotto la pioggia incessante ed il freddo, che temprano il fisico ma annientano le menti, che accolgono da anni i soliti giostrai, le solite luci, le solite sempre meno vetrine accese, la solita gente scontenta e suscitano le maledizioni dei nuovi “elemosinari” fuori dai supermercati.
Ero innamorato di Gorizia, era il mio primo amore.
Rimango colpevolmente inerte a vedere il mio piccolo primo amore invecchiato e decaduto, in balia di mille mani che ne profanano quel che rimane della sua bellezza, giorno dopo giorno, la toccano, la truccano maldestramente, la vestono con abiti di scadente sartoria, si prendono gioco di lei.
Io la guardo e lei mi sfugge, perché altro non possiamo fare.

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Le opinioni dei lettori su "Una morte annunciata"

  1. ….”Ero innamorato di Gorizia, era il mio primo amore.
    Rimango colpevolmente inerte a vedere il mio piccolo primo amore invecchiato e decaduto, in balia di mille mani che ne profanano quel che rimane della sua bellezza, giorno dopo giorno, la toccano, la truccano maldestramente, la vestono con abiti di scadente sartoria, si prendono gioco di lei.
    Io la guardo e lei mi sfugge, perché altro non possiamo fare.”

    Condivido pienamente. La delusione stà lambendo i cuori di molti di noi degli anni 70/80, che credevano in Gorizia, magari un pò nostalgici ma pur sempre fedeli sostenitori della città. Ma voglio sperare che le cose possano cambiare… e non in peggio ! (anche se, purtroppo non nutro molte speranze.)

  2. Ragazzi, coraggio! La prima cosa da cambiare è questo senso di sconfitta, sconforto. Tiriamoci su le maniche, abbeveriamoci del nostro orgoglio e combattiamo per fare grande la nostra città!

  3. Anche se capisco ed in gran parte condivido ciò che viene espresso da Spritz_Nero, trovo infruttifero e svantaggioso pensare al passato come di un’epoca che non può tornare. E’ ovvio che è così, ma questo dovrebbe essere sprono verso un qualcosa di diverso (la “modernità” di oggi dovrebbe offrire altri strumenti) che però ci rimetta in piedi, ed allo stato attuale non vedo nulla di ciò. Che siano le diottrie che calano coll’avanzare degli anni o piuttosto, temo, una triste realtà?
    Ottimismo. Spero sempre che nasca qualcuno con i “contro” e che dia una sferzata positiva a questa cittadina dimenticata anche in Regione.

  4. La mia infanzia l’ho vissuta in un appartamento nella zona nevralgica e commercialmente esplosiva di Gorizia, Piazzaa Cavour/via Rastello. I miei ricordi del periodo natalizio portano la mia mente a momenti di gioia e spensieratezza, con gli uomini (tanti) che suonavano le cornamuse, con migliaia di clienti (più della metà di loro provenienti dalla Jugoslavia) che riempivano i negozi comprando di tutto, di parcheggi non se ne trovavano non perchè non ce n’erano (come oggi) ma perchè erano tutti occupati (mio padre quasi sempre era costretto a parcheggiare sulla riva del castello!), euforia, spensieratezza, voglia di spemndere e regalare…
    Oggi, mi piange il cuore a vedere via Rastello, piazza Cavour, piazza Vittoria, via Crispi, via Roma, via Carducci, ecc., deserte. Che magone, che sconsolazione. Anche Riavez ha chiuso, era un mito! De Bortoli aveva 5 (CINQUE) negozi, ora mi sembra che ne abbia solo uno, e Larise?! Altra famiglia di commercianti che s’era fatta la flica, che fine hanno fatto? Ma avete visto come gira il Mauro? DEGENHART? Anche quelli hanno chiuso!
    Beh, molti altri ce ne sono, ma più ne aggiungo più mi rattristo…
    Meglio guardare avanti, pensare a cose brutte non porta a niente, meglio pensare costruttivamente al futuro. Perchè quelli che hanno mangiato in quei decenni lì (e hanno mangiato mooolto bene) oggi sono quelli che piangono di più perchè non hanno saputo re-investire parte del guadagno per adeguarsi ai tempi che cambiano, ma hanno voluto godere (mooolto bene) quell’epoca. Oggi pagano le conseguenze.
    Speriamo in una classe imprenditoriale nuova, uno spirito diverso, perchè chi pensa per sè stesso e basta, è destinato a questa fine.
    Amen

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