Pezze al culo

Non ci sarà nessuna ripresa economica.
A seguito degli avvenimenti che stanno infliggendo duri colpi ad alcuni governi pseudo dittatoriali del Medio Oriente ho trovato inevitabile fare una riflessione che, spero mi sarà concessa, va molto oltre alla nostra modesta realtà goriziana anche se inevitabilmente la coinvolge.
Il boom economico di cui abbiamo usufruito nel corso di questi ultimi cinquant’anni (o almeno la punta dell’iceberg è emersa in quegli anni) si è limitato a coinvolgere una parte della popolazione mondiale ridotta. Mentre una fettina di mondo si preoccupava di crescere a dismisura trascinata da pochi colossi industriali, la restante maggioranza rimaneva immobile inghiottita dalla propria miseria. Nel 2011 nelle nostre case la stampante rimane senza inchiostro, in altre parti del mondo i buoi trainano l’aratro. Il mondo sta subendo ora duri colpi di assestamento, i veri ricchi da tempo hanno cambiato tipo di investimento e luoghi dove investire, portando con se il circo con tutto il tendone e lasciandosi dietro solo il ricordo delle belle serate trascorse tra i ruggiti della Prima Repubblica ed i numeri delle soubrette televisive.
La comunicazione globale che ha raggiunto l’apice con l’avvento di internet e che tutti vedono come giustizia divina è paradossalmente gestita dalle persone che hanno in pugno il mondo. Acqua, trasporti e comunicazione; quando gestisci uno di questi tre elementi puoi decidere il destino di tutto e tutti. Ma è solo grazie ad internet che una parte del terzo mondo si è svegliata? Balle. Il percorso è cominciato ben prima, con la “contaminazione di benessere” che hanno creato alcuni colossi industriali che, non per esigenza ma per ambizione, hanno esportato le loro produzioni in Paesi del terzo mondo. Quelli di noi che hanno la fortuna di appoggiare il “culino” sulle recenti germaniche BMW e Mercedes o nipponiche Nissan e Suzuki, forse non sanno che la nostra prestigiosa vettura è stata assemblata da qualche egiziano in uno degli enormi stabilimenti che si trovano in periferia del Cairo. La 6th October City (così chiamata) è una cittadina nata dal niente in mezzo al deserto con criteri mirati a soddisfare soprattutto i dirigenti di queste industrie. Dove prima transitava qualche cammello con in groppa un beduino svogliato, ora c’é una città con l’internet point ed il McDonald frequentati da ex beduini svogliati che per sopravvivere han dovuto indossare una tuta bianca (blu ce l’hanno solo in Fiat) e vendere il cammello. Succede così in India, in Cina, i Paesi dell’ex blocco sovietico ed altri che fino a ieri trattavamo con un certo distacco e superiorità culturale. I soldi sono come un fiume: deviando il corso di un ruscelletto ti ritrovi con un nuovo fiume in piena da una parte e l’altro in secca. L’alone di ricchezza che hanno portato con se queste potenze industriali hanno modificato le abitudini di popoli che fino a ieri era nostro comodo tenere in disparte limitando la loro frequentazione con egoistiche e sporadiche visite turistiche e l’aria caritatevole di chi ha la fortuna di essere nato nella “democrazia”. Per anni abbiamo vissuto come dei topolini contenti, rosicchiando nelle cambuse pochi grammi di cibo dai quintali destinati ai soli ufficiali di bordo: ma la nave ha continuato a navigare alla ricerca di nuovi porti ed in ognuno è salito qualche topolino in più. Il cibo è lo stesso, ma la cambusa è stracolma di topolini affamati.
Ecco perché chi crede che la ripresa economica riprenderà a concederci di vivere nuovamente al di sopra delle nostre possibilità si sbaglia di grosso. Per mettere in atto giustizia e democrazia, sia chiaro agli italici che scendono in piazza a sventolar bandiere colorate con vestiti griffati modello “appartengo alla massa dei fuori dalla massa”, c’é bisogno di un grande sacrificio da parte della plebe perché in atto c’é una distribuzione della povertà, non un decentramento della ricchezza.
Non credo nella ripresa economica ed a quelli che insistono nel prevederla e posticiparla di anno in anno. Non credo nella politica che ragiona come se nel mondo niente fosse accaduto o stia accadendo. Non credo a quegli amministratori che dicono che l’acquisto di una villa storica ad uso ufficio porterà qualcosa nelle tasche dei cittadini. Credo piuttosto che dobbiamo cambiare le nostre abitudini per non ritrovarci con le pezze al culo perché, come diceva Darwin, «non è la più forte delle specie che sopravvive, né la più intelligente, ma quella più reattiva ai cambiamenti».

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