La città malata

Il periodo più adatto per fermarci a riflettere sulle cose da tenere e quelle da buttare è ovviamente quello attuale, ossia il passaggio dall’anno trascorso a quello nuovo.
Per chi lo vive a Gorizia, viste le rigide temperature invernali e l’umidità costante che caratterizza il clima cittadino, significa anche esporsi al quasi inevitabile malanno influenzale cui molte persone sono colpite. Le origini contadine ed i rimedi dei nostri nonni sono pressoché scomparsi a favore di pasticche e sciroppi da cui subiamo un costante bombardamento mediatico e che fanno quasi pensare ad un progetto fantascientifico mirato ad indebolire le nostre difese immunitarie in favore dell’aumento delle vendite di medicinali. Coloro che vivono o lavorano a contatto con sostanze chimiche “respirabili”, smog e fumatori ci pensano ad indebolirle da sé.
Una strana premessa per parlare della città, starete pensando. È vero, ma questa volta sarà Gorizia ad essere spettatrice di noi cittadini e non viceversa, seguendo le orme della frase storica di J. F. Kennedy: «Non chiedere cosa può fare il tuo paese per te, domanda piuttosto cosa puoi fare tu per il tuo paese».
Gorizia è ammalata perché lo sono i suoi cittadini. Piove, c’é la neve e la città non ha difese immunitarie, non è pronta a reagire. Non ha un apparato che le consenta di assumere vitamine, energie vitali, che nel suo caso sono i turisti, i compratori, gli investitori.
I goriziani troppo spesso hanno un atteggiamento difensivo, attendista, pessimista, poco collaborativo, non osservano, non copiano. D’altronde viviamo in una città di confine, i goriziani di oggi han poche colpe se sono persone un po’ cupe dato che han vissuto per decenni con le finestre serrate per il freddo e con un muro davanti agli occhi chiamato Jugoslavia.
Gorizia guarda i suoi cittadini imbacuccati nelle loro sciarpe, cuffie e cappotti dal bavero alzato, che stringendo le spalle tra un colpetto di tosse ed una strofinata di mani camminano spesso soli in una semi deserta piazza Vittoria o nelle vie del centro frequentate più o meno sempre dalle stesse facce e probabilmente diretti in qualche bar, dove si respira un’aria pesante nei suoi locali. Di risse fortunatamente non ce ne sono molte, ma si è costretti a vivere in modo teso. È una città piccola, dove si beve molto, dove fondamentalmente nei locali pubblici non c’é una selezione “sociale”: L’innocuo “te ga spicci?” piuttosto che il fastidioso “cos te ga de guardar?” condividono lo stesso banco con liberi professionisti che ti squadrano dalla testa ai piedi appena entri nel locale, vizio questo dei goriziani tutti; (piacerebbe fare a me lo stesso, ma non dalla testa ai piedi bensì da una narice all’altra, altro vizio nascosto di molti goriziani) c’é la persona anziana che ha terminato di investire denaro per curare il proprio look accanto ai ragazzini che nonostante le ghiacciate invernali non tradiscono le leggi modaiole con l’elastico delle mutande a vista e jeans calato a mezzo sedere.
Nella maggior parte dei casi i negozi sono snobbati, perché al di là (…e 4) delle belle premesse dei centri commerciali all’aperto, mancano strutture e brand’s di spessore che possano attirare clienti. Marchi importanti esistenti a breve si sposteranno nei centri commerciali di periferia o fuori provincia, se non l’hanno già fatto. Ci sono i soliti negozietti dove si viene accolti da gestori che sono quasi alla frutta, vuoi a causa del cassetto semi vuoto, vuoi perché contano le ore per andare in pensione. Ed i sorrisi scarseggiano.
E non me ne vogliano nemmeno le noiose goriziane che danno l’impressione d’esser costrette a scegliere i loro principi azzurri già dai tempi del liceo quasi obbligandosi ad ingabbiare il primo ragazzo che potrà garantire loro e ad eventuali figli un solido futuro sulle rive dell’Isonzo per poi puntualmente pentirsene ed alimentare il “tradimento circuit” che da noi assume le tinte dell’incesto visto l’esiguo numero di abitanti papabili e disponibili.
Forse i malori di Gorizia non andrebbero sempre cercati nella città intesa come entità astratta governata da gente diabolica, ma in noi che l’abitiamo.
I goriziani come tutte le persone del mondo (me compreso) dovrebbero imparare a sorridere di più, perché in fondo come dice Woody Allen e che un po’ goriziano pare esserlo con i suoi eterni complessi d’inferiorità “se le persone avessero più senso dell’umorismo, non ci troveremmo nello stato in cui siamo…”.

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