Iperprotezione, i rischi delle nuove generazioni

di Andrea Olivieri

Ciò che dei miei alunni mi rattrista maggiormente è l’afasia, l’incapacità di esprimere pensieri e sentimenti per mancanza di parole. Parole che non conoscono, altre ancora che pensano di conoscere e che invece utilizzano in modo scorretto. Perché non leggono mai. E non leggono appunto perché non capiscono le parole. Quando leggono, infatti, i miei alunni non lo fanno davvero: scorrono con gli occhi le frasi, pronunciano dei termini, con la bocca, non con la mente. Perché leggere è un’azione del pensiero. Del resto, molti ragazzi che frequentano la scuola non amano nemmeno pensare.

Gli adolescenti subiscono la triste pedagogia della tv e delle nuove tecnologie interattive, ma non hanno colpa se il loro immaginario è quello del perfetto consumista, e con la stessa voracità con cui ingurgitano chili di patatine alle macchinette della scuola, in modo bulimico e irriflesso, a tutte le ore, macinano anche sogni, amori, relazioni, sesso. Parte della responsabilità è dei loro genitori: parlando in generale, penso che i nuovi padri e le nuove madri siano impreparati in tema di educazione, svogliati, assenti o incapaci di dire un “No” che sia un “No”. Precarizzati e angosciati, i nuovi genitori sono sempre più concentrati su se stessi e disinteressati alla vita scolastica dei figli. Per molti genitori il patto educativo tra insegnanti e alunni non esiste, e così vivono la scuola dei figli non come luogo di crescita e strumento di elevazione socio–economica e culturale, bensì come luogo del loro intrattenimento. La scuola è un servizio di cui essere soddisfatti, purché non richieda concentrazione, sforzo, attenzione, figuriamoci sacrifici, disciplina, rinunce e frustrazioni. Un servizio che deve garantire il “diritto al successo formativo” (Luigi Berlinguer), e di cui dunque lagnarsi in caso contrario. Per gli alunni, invece, la scuola è soltanto un’ingiusta e incomprensibile punizione, a meno che – come avviene in modo ormai quasi esclusivo – a scuola non si danzi, non si canti tutti assieme, non si faccia teatro. Io non credo che un genitore debba sostituirsi al figlio nel fare i compiti, anzi è ormai da anni che dedico parecchie ore di classe – dividendo gli alunni per gruppi e studiando assieme a loro – a quella pratica un tempo ovvia, ma ormai abolita dalla vita famigliare: lo studio. Tuttavia, quanti tra i ragazzi hanno un genitore che li ha mai osservati mentre studiano? Pochi, quasi nessuno, perché i genitori non hanno tempo, o non sono stati abituati a farlo, o ignorano che la loro presenza aiuta i figli a crescere.
Ripenso ancora con sgomento alla volta in cui una madre ha fatto irruzione a scuola durante le ore di lezione e, senza appuntamento, ha preteso che io interrompessi il lavoro in aula per scendere in atrio a parlare con lei: puntandomi gli occhi in faccia, ha urlato tutta la sua rabbia perché, in qualità di insegnante di Scienze umane, mi ero preso il diritto di correggere l’italiano sgrammaticato della figlia, scrivendo in margine alla verifica, come giudizio di accompagnamento al voto: «gravi errori ortografici e grammaticali, difficoltà nella sintassi e nella costruzione della frase, lessico ancora elementare». «Lei ha distrutto l’autostima di mia figlia, si vergogni», mi ha sgridato, offesa. Vi sono parole che i genitori usano come tic verbali, una di queste è “autostima”, un’altra è il sostantivo “serenità”, spesso accompagnata dall’aggettivo corrispondente: “sereno/a”. Altri termini ancora sono utilizzati dagli alunni: oltre all’immancabile “tipo”, il più in voga è il verbo “socializzare”.
Robin Williams nei panni di un insegnante che ai sistemi tradizionalisti preferisce il rapporto umano con i suoi studenti.
Quando li sento parlare in questo modo, genitori e alunni, so che stanno ripetendo i tormentoni e le stereotipie lessicali del discorso mediatico, ossia scimmiottano ancora una volta le parole d’ordine che la società dell’aperitivo perenne diffonde nell’etere come un brusìo: credo che serenità e capacità di socializzazione non manchino ai nostri ragazzi, per i quali negli anni abbiamo trasformato la scuola in una protesi del divano di casa. Ciò che manca loro, semmai, è il desiderio di sapere, l’abitudine allo studio e un progetto in cui inserire queste due cose. Ma ai genitori va bene così, purché i compiti estivi dei pargoli non abbiano a ostacolare la vacanza al mare. Eliminando il disagio del conflitto tra sé e i figli, delegando ad altri le proprie responsabilità educative, addossando a terzi il dovere di introdurre limiti e interdizioni, il genitore moderno mira a realizzare il suo desiderio più urgente: essere amato dai figli. Perché l’idea che ciò non avvenga è l’angoscia più grande dei nuovi genitori. Sono convinto che rifiutando di assumere il peso della negazione e del divieto, non è amore ciò che i padri e le madri mettono in circolo tra loro e i figli, bensì perversa e patologica collusività. Tornando alla mamma di prima, ora capisco per quale motivo, alla domanda della verifica di psicologia in cui si chiedeva se un genitore democratico e giusto sia quello che si schiera sempre dalla parte del figlio, metà classe ha risposto “vero”. La signora che è venuta a scuola per aggredirmi pensa davvero di promuovere l’autonomia e la responsabilità di sua figlia attribuendo la colpa del suo semianalfabetismo all’insegnante che glielo ha fatto notare? E poi, ciò che più importa, che senso ha tentare di occultare l’imperfezione di un figlio? Perché voler negare a tutti i costi l’esperienza del fallimento? È troppo grande la ferita narcisistica? Come scrive lo psicoanalista Massimo Recalcati in Cosa resta del padre: «[…] i nostri giovani non sopportano più lo scacco perché a non sopportarlo sono innanzitutto i loro genitori». Ma la giovinezza, continua Recalcati, «è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito».

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