Guardando un posto diverso

Batumi. Affacciata sul Mar Nero, aperta alla speranza.

di Valentina Tropiano

La guerra dell’estate del 2008 in Caucaso ha avuto inizio nella notte tra il 7 e l’8 agosto – quando la Georgia ha attaccato l’Ossezia del Sud e la Russia è intervenuta in difesa di questa regione, arrivando ad occupare gran parte del Paese – e il 16 agosto, giorno in cui è diventato effettivo il cessate il fuoco tra Georgia e Russia, con la mediazione dell’Unione Europea. Ma si può parlare di “guerra”, visto che le ostilità sono durate 8 giorni? Dalla capitale alla periferia, passando per la Colchide e località marittime come Batumi, cosa è cambiato, di fatto e nella percezione della gente? La città di Batumi ha l’aspetto di una nobile e vecchia signora, a un tempo aristocratico e decadente. Distesa sulle sponde del Mar Nero, è un “grande villaggio” che nel 1939 contava 49 mila abitanti, oggi ne conta circa 140 mila. disteso sulle sponde del Mar Nero. Al centro di piazza Eras (Europa), bellissima e pittoresca, si erge maestosamente la statua di Medea, che regge il Vello d’Oro, simbolo della Colchide consegnata allo straniero, e tradizionalmente poco amata dagli abitanti di Batumi. Il mare che cinge la città regala visioni che tolgono il fiato. È di gran lunga più pulito a sud della città, nella zona di Sarpi, al confine con la Turchia, che dista qualche centinaio di metri. Il boulevard è meta di turisti e luogo del divertimento. Situato sul lungomare, rappresenta l’attrattiva principale: puntellata da un migliaio di palme, ciascuna delle quali, al far della sera, si accende di un faro, si mostra illuminato di luci colorate. Le fontane danzanti sono imponenti, niente che si veda altrove, se non qui, in questa provincia autonoma della Georgia, l’Adjara. Tagliando longitudinalmente due o tre strade parallele, verso l’intero della città, all’improvviso é il luogo del degrado, incontri la povertà, dove la gente vive, in condizioni deprecabili: le case non hanno finestre, la corrente elettrica ora va ora viene. Ci si imbatte in alcune situazioni drammatiche, in cui le famiglie non hanno da mangiare, e la gente non lavora: perchè – dicono – il lavoro a Batumi non c’è. Ogni giorno file di operai e di muratori sono stanziano sulle strade, soprattutto in via Puskin , aspettando che qualcuno si fermi ed offra loro del lavoro. Le strade non sono asfaltate. Sono piuttosto state costruite le fontane danzanti, bellissime, altissime e colorate, i cui getti e guizzi d’acqua assumono le forme più disparate.
Dal mio Diario Georgiano, 18 dicembre 2009: “Batumi è una medaglia con due facce: sul mare i boulevard prestigiosi, con negozi, hotel, piscine, grandiosi progetti, luci e luminarie a profusione, palme…due strade parallele verso l’interno è una fogna a cielo aperto, dove le strade praticamente non esistono, dove la gente vive in miseria e sporcizia inaudite, le strade hanno buche che si riempiono d’acqua come vasche quando piove, cioè sempre…e vedi transitare automobili che sembrano guidate da pazzi.”
Dietro alla modernità luccicante degli enormi palazzi di vetro e di luci, si stagliano zone d’ombra. Basta scambiare qualche parola con la gente del posto per capire che per la maggior parte della popolazione la vita qui è ancora molto difficile. Le critiche all’operato del governo non mancano, anche se non eccessive, né in forma troppo aspra o aperta: la gente comune non è acremente avversa al Presidente Saakashvili. Ne critica magari qualche iniziativa di politica interna. Ma una reale e organizzata opposizione in Georgia non esiste. Come dire: chi mettere al posto di Misha ?? Di fatto, sondaggi alla mano, la maggior parte della popolazione è con il suo presidente. È in atto una calcolata politica per distruggere ciò che è rimasto dell’ex Urss. Saakahsvili sta attuando una dura campagna antirussa, cercando di chiudere le scuole russe, e tra un po’ non ne esisteranno più. A Batumi si può ancora parlare russo, ma se ci si sposta a Tbilisi non si può fare a meno di usare il georgiano per comunicare con la gente, almeno con i più giovani. Le nuove generazioni vogliono chiudere con il passato russo, anche se in scuole russe hanno studiato.
Il benessere c’è anche qua, ovviamente, eppure è un benessere di genere diverso da quello che si mostra in Europa, con un concetto diverso, che non implica il lusso;ma non si riesce a percepire guardando la città nel suo complesso, tanto meno dalla prospettiva di chi viene dall’estero e non si ferma a lungo qui. Stranieri, ovvero Europei che vivano stabilmente a Batumi non ce ne sono. Il clima non è ospitale né favorevole. L’umidità è dannosa per la salute, specialmente di chi non è abituato. Tale clima, che non è tipico del Caucaso, ma è caratteristico della zona di Batumi, è sub-tropicale. Qua si passa dai 20-24 gradi, anche a febbraio, ad uragani improvvisi, al vento e alla neve; e la temperatura si può abbassare di 10 gradi in 2 ore; a causa del vento, fortissimo, manifestazione climatica degli ultimi 2 anni, spesso viene a mancare la corrente elettrica. Le condizioni climatiche, aggiunte alle precarie condizioni igieniche e ad un’alimentazione non equilibrata, provocano malattie respiratorie, broncopolmonite, tubercolosi. La gente ha una scarsa cultura della salute, non si cura adeguatamente. Come se non bastasse l’assistenza sanitaria è assente e le medicine sono costose.
Dal punto di vista del lavoro, ci sono forti differenze e contraddizioni all’interno della società di Batumi: la gente istruita, cioè coloro che hanno studiato all’estero, lavora per lo più nella pubblica amministrazione, oppure sono quadri/dirigenti in aziende e fabbriche appartenenti allo Stato. Non ci sono fabbriche grosse, quelle che c’erano sono state distrutte dopo il comunismo o vendute a stranieri. La gente non particolarmente istruita per lo più si arrangia con lavori saltuari, altrimenti chiede l’elemosina agli angoli delle strade o davanti alle chiese. Le nuove generazioni lavorano anche nelle banche. Per gli uomini invece il futuro é nel mare. Quasi il 90% dei giovani maschi frequenta la scuola marittima, perchè, questa, pare, sia l’unica chance per un futuro assicurato e guadagnare molti soldi: partire imbarcati. Questo ha provocato e continua a provocare devastanti fratture familiari. Soprattutto dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica e l’indipendenza (1991), tanti uomini sono scappati, hanno abbandonato le famiglie, e a Batumi sono rimaste le donne con i figli, che in molti casi non hanno mai visto né conosciuto i loro padri. I matrimoni finiscono, le famiglie si smembrano. Una peculiarità georgiana sono gli internati per minori: sono come carceri, non si sa cosa vi accada, nessuna informazione ne esce se non attraverso i racconti di qualche adolescente che ci ha vissuto. Alcuni dicono che la vita all’interno è molto dura, che però sono luoghi puliti, dove i ragazzini accolti sono educati bene. Sono per lo più strutture finanziate dalla chiesa ortodossa. E’ certo che finire in uno di questi internati sia lo spauracchio degli orfani e dei bambini di strada.
Tutto sommato, Batumi è una città povera, dove il lavoro non c’è. Eppure si vede in giro anche gente benestante, e perfino ricca, ma non si sa da dove questo sfacciato benessere provenga. D’ altra parte, alla periferia, si incontrano ben altre realtà. In uno stabile fatiscente, una volta adibito a centrale elettrica, ora abbandonata, vivono 8 famiglie di profughi, tutte molto numerose, con storie diverse alle spalle. Si tratta per lo più di profughi provenienti dall’Abkhazia, sfollati dopo il 1992. Il governo li ha espropriati di tutto, hanno delle case che non possono vendere; altri di loro vengono dalle montagne ed hanno perso le case a causa di terremoti e frane. Ora si trovano in un edificio decadente, senza finestre, né servizi igienici, né acqua corrente (che si devono procurare a diversi chilometri di distanza). Hanno un sussidio sociale da parte dello Stato, equivalente a 48 euro per famiglia (talvolta composta anche da 6-7 persone). Tra questi, numerosissimi sono i bambini di tutte le età, ma per lo più si tratta di ragazzini che vanno a scuola. Ci sono anche dei neonati e degli anziani. Dall’edificio in cui si trovano dovrebbero venire sfollati in quanto il Comune lo ha venduto ad un’azienda di energia elettrica straniera. In Georgia non esiste nessun tipo di propaganda o di azione sistematica e razionalizzata destinata specificatamente al sostegno dei rifugiati. Il termine tecnico in lingua inglese é IDPs, Internally Displaced Persons. Non si tratta di profughi nel senso proprio del termine, giacché essi non provengono da un altro stato, ma sono fuggiti da una regione del proprio Stato, e ora sono apolidi all’interno del proprio Paese. Tre anni fa Batumi era nient’altro che un villaggio, c’erano solo due strade asfaltate. Nel 2008 é iniziato un colossale progetto turistico, portato avanti da stranieri che stanno investendo grossi capitali; e straniera è anche la manovalanza: armeni, azeri, turchi, tedeschi, americani, arabi. La previsione, per chi ci vive adesso e ha visto il cambiamento degli ultimi 3 anni, è che Batumi sia destinata a svilupparsi in maniera esponenziale: sarà la Porta sul Mar Nero, una piccola Dubai, come nelle intenzioni del presidente Saakhashvili, sorrette da una massiccia propaganda. Ma i previsti 10.000 posti letto per una piccola città sembrano davvero troppi. Una domanda potrebbe sorgere: chi verrà ad occupare quei posti ?
Dopo la guerra dell’agosto 2008 l’economia è cambiata, lo sviluppo economico è stato rallentato. I Georgiani hanno perso la guerra e territori. Ora ci sono più poveri. Ora tutto il mondo li guarda con occhi diversi. Non è ancora un Paese preparato ad una effettiva “indipendenza” economica. Affiorano tante contraddizioni. Il turismo ha subito una battuta d’arresto, anche se, in realtà, la Georgia non è mai stata un paese turistico nel senso comunemente inteso. Attualmente è la Turchia il traino dell’economia georgiana. Si può decisamente parlare di colonizzazione economica da parte del commercio turco. Durante gli anni ‘90 all’epoca del Presidente Shevarnadze i capitali arrivavano dalla Russia. La Georgia aveva le materie prime: piantagioni di tè , coltivazioni di bambù, nonché la manovalanza. A Batumi, forse più che altrove in Georgia, la gente definisce se stessa in base alla fede religiosa: cattolici, ortodossi, musulmani. Si riscontra una coincidenza tra religione e identità, quanto meno nelle parole della gente. Per citare qualche dato, stando alle stime della Chiesa Cattolica locale, circa 100 cattolici vivono oggi a Batumi, 300 nella città di Kutaisi (all’interno della Georgia), circa 5000 a Tbilisi, 30.000 in tutta la Georgia. L’Adjara è la regione georgiana più ricca con il maggior numero di poveri. La gente vive tutto sommato di speranza. La popolazione di Batumi si sente cittadina di una regione autonoma, e ne va fiera. In conclusione, dopo aver visitato la Georgia in lungo e in largo, dopo aver visto in minima parte ciò che c’è e ciò che manca, viene da chiedersi: cosa ha cambiato una guerra durata otto giorni?
Riuscirà la Georgia a raggiungere una vera indipendenza? Batumi è là, anch’essa aperta alla speranza.

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