“Baracca e burattini”

Non si è fatto nemmeno in tempo a scoprire che accanto al colosso Ikea di Villesse nascerà l’ennesimo centro commerciale che già il primo cittadino Romoli si rallegra della prossima apertura di quello che sarà modellato in centro a Gorizia nel mercato coperto. A questo punto non credo ci sia più tanto da scherzare. Non c’è da scherzare perché nessuno pare abbia fatto una seria analisi di cosa comportano a livello commerciale e sociale questi “mangiatutto”; non c’è nessuna figura politica che non si sia opposta o si sia chiesta come far fronte al disastro ambientale che avviene quotidianamente attorno alla nostra povera provincia. Gli ambientalisti purtroppo non hanno cercato nessun reperto celtico tra S.Andrea e Villesse, dove si sta avverando uno dei più ingenti spargimenti di cemento che si sia visto nelle nostre zone.
Si parte dalla speculazione edilizia che arricchisce pochi e tanto, per arrivare ad un finale davvero desolante con l’impoverimento di tanti (non solo economico) e del loro territorio che un domani, come non bastasse, ritroveranno deturpato da enormi, grigie costruzioni vuote. Mentre mi informavo sul perché i centri commerciali non sono in realtà un bene per la città, ho trovato una lucidissima analisi a dir poco perfetta, stilata da un blogger livornese. Cercherò di riassumere i concetti che ho letto e che condivido completamente. Partiamo dalla definizione che viene attribuita ai centri commerciali dal sociologo americano George Ritzer, ossia “cattedrali del consumo”, dispositivi che consentono, incoraggiano e ci “costringono” a consumare beni e servizi. Una sorta di rito religioso, viene definito, con i suoi pellegrinaggi rituali. All’interno di queste “cattedrali del consumo” viene creato un mondo incantevole ed impossibile che grazie a percorsi, odori, luci, animazioni ed installazioni ruota attorno alla merce. In teoria una persona potrebbe vivere in un centro commerciale senza mai uscirne. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti, ma a quanto pare, i tutti hanno poche diottrie: le piazze si svuotano, il centro cittadino si riempie di uffici, degrado urbano nei luoghi abbandonati. Il naturale istinto umano alla socialità viene incanalato verso percorsi predefiniti che portano al consumo, unico illusorio riempimento del vuoto creato dalla mancanza di relazioni interpersonali. Nei centri commerciali centinaia di persone nelle loro decine di azioni si concentrano sulla merce; tra loro non discutono, non parlano, non godono dell’ambiente. Le scelte urbanistiche delle amministrazioni e delle imprese distruggono il tessuto sociale che inevitabilmente esisteva ai tempi in cui i negozianti popolavano i quartieri con la loro rete fatta dall’intersezione di rapporti personali. Nella comunità in presenza di un minimo di fiducia e conoscenza reciproca si creavano degli “scudi” sociali quali aiuto e sostegno, perché ognuno sapeva che sarebbero stati ricambiati, come l’isolamento di eventuali violenze e problemi che sarebbero dannosi per tutti. Anche commercialmente esistono dei benefici in un quartiere “vivo”: la ricchezza prodotta ritorna in parte nel quartiere stesso creando anche occupazione da parte delle piccole attività. Ovviamente il centro commerciale non solo non tiene conto dei quartieri e dei loro cittadini, anzi, l’obiettivo è proprio quello di strappare il cittadino al proprio ambiente sociale per trasformarlo in consumatore in tempo pieno. Grazie al benestare delle amministrazioni, i grandi imprenditori modellano il “consumatore lavorato” grazie ad offerte ineguagliabili. Il modello di consumo di massa viene imposto a tutta la città con trasformazioni urbane e costruzioni di varianti per favorire uno scorrimento veloce verso le cattedrali del consumo. Intanto le compagnie dei ragazzini ormai trascorrono le loro domeniche all’interno dei centri commerciali. Naturalmente l’insediamento di un nuovo centro commerciale è visto come la manna dal cielo per quanto riguarda l’assunzione di nuovi posti di lavoro, specchietto per le allodole usato da chi ha l’interesse per costruire queste scatole di pandora. In realtà i posti di lavoro che si vengono a creare sono precari, con contratti a tempo determinato, spesso part time ed in alternativa ai lavori persi in centinaia di piccole e medie attività, incapaci di reggere la concorrenza. I centri commerciali non producono ricchezza per un territorio, ma la sottraggono, per un concetto molto semplice: come fa un’economia a risollevarsi se i soldi che entrano sono sempre e solo i nostri? Disoccupazione, carovita ed emergenza abitativa, problemi all’ordine del giorno, sono la situazione tipo che cercano le grandi catene di distribuzione: una specie di avvoltoi che mirano a spolpare i territori che per tamponare l’emorragia economica accettano di svendersi sia dal punto di vista delle concessioni e delle scelte urbanistiche che dal punto di vista dei lavoratori. Il meccanismo è il seguente: il centro commerciale inizia con una politica dei prezzi bassi, una volta sbaragliata la concorrenza e creato il deserto intorno, i prezzi vengono modellati a piacimento. Nel frattempo anche i dipendenti sono costretti a servirsi presso l’azienda in cui lavorano. Agli impiegati è vietato iscriversi ai sindacati, mentre le violazioni di abusi sul lavoro comprendono tutto: discriminazione di lavoratori disabili, sessuale, lavoro infantile, assenza di copertura sanitaria ed extra non pagati. Aggiungiamoci pure oscure finanziarie di proprietà degli stessi ipermercati che finanziano con soluzioni di pagamento dilazionato i nostri acquisti, spingendoci all’indebitamento. Non casuali strategie psicologiche inducono inoltre i dipendenti a sottomissioni dure ed umilianti; la flessibilità è un elemento imprescindibile: straordinari, festivi obbligatori, orari che mutano ogni giorno, ferie non concordate sono la normalità. Il personale, spesso giovane e senza qualifiche, viene assunto con contratti atipici e di tempo determinato, con buste paghe molto basse. L’ambiente di lavoro crea una condizione di tensione e diffidenza reciproca impermeabili per paura alle forme tradizionali di organizzazione sindacale. Ecco quindi che i pochi posti di lavoro che crea l’insediamento di un centro commerciale non sono in grado di soddisfare le esigenze di un individuo, tanto meno quelle di una famiglia. Intanto si continua a costruire centri commerciali che sono circondati da fabbriche chiuse, attività fallite, giovani disoccupati, sfratti per morosità, precariato, famiglie indebitate. Conclude il blogger livornese con un “a noi sembrano insensate” e poi continua “ma forse un senso per loro ce l’hanno: arraffare tutto ciò che resta prima che crolli baracca e burattini”.

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Le opinioni dei lettori su "“Baracca e burattini”"

  1. E’ interessante notare che da un lato c’è la spinta all’ipersocialità consumereccia, mentre dall’altro prende sempre più terreno la solitudine informatica della ricerca del prezzo più conveniente su (ormai migliaia) di siti/portali/negozi/aste online.
    Se consideriamo che anche le megacatene ormai non possono prescindere dalle vendite online, si rimane un po’ perplessi dalla costruzione di questi mausolei..
    Chissà chi vincerà.
    Ma.. fra l’altro.
    A Gorizia, non doveva essere costruito un altro “centro commerciale” in via Terza Armata?
    O é stato sostituito con la proposta di utilizzo dell’ex mercato coperto?
    O forse hanno cambiato ancora idea, come quando hanno rimesso a nuovo un pezzo di Corso (si, proprio quello) con tanto di strada, per poi chiuderla al traffico.. MAH..

  2. Aprescinderere che mi trovo d’accordo sul fatto che un centro storico,esempio quello di Gorizia,ma di qualsiasi altra cittadina è sicuramente più affascinante e salutare di un centro commerciale,e che tengo a precisare che non amo particolarmente i centri commerciali, resto dell’idea che sull’articolo ci sono dei distingui.
    1) Sul fatto dei sbocchi di lavoro , dove si sottolinea la precarietà,le basse buste paghe e lo sfruttamento,beh questo esiste ormai quasi in ogni azienda oggigiorno in Italia,non è prerogativa esclusiva dei centri commerciali.
    2) che la gioventù si chiuda e viva la propria adolescenza in un centro commerciiale,beh io sono del 72, e vedo nelle nuove leve una
    tendenza cmq a crescere al ” chiuso” ,che le cause siano internet la play staion,o altro…penso sia un dato di fatto,io abito a Gorizia e vedo campi da calcio e di basket vuoti quasi sempre,chi ci gioca di solito ha passato la trentina,ai miei tempi a Trieste,dove viveo da ragazzo, avere una tale disponbilità di strutture sportive sarebbe stato un sogno per molti adolescenti.
    3) Per quanto riguarda il fatto che il centro commerciale ” soffi” risorse ai vari centri cittadini e li impoverisca questo è vero,ma ahimè bisogna considerare certe valutazioni economiche.
    Per fare un’esempio a Gorizia, non c’è un negozio per la casa,crearlo inciderebbe parrecchio,le dimensioni dovrebbero essere piuttosto grandi,dovrebbe cmq avere un minimo di magazzino,e dovrebbe essere approvigionato da mezzi pesanti, ciò comporterebbe dei costi e dei problemi notevoli.
    Trovare uno spazio in città per 1000 e passa mq con magazzino sarebbe un’impresa, il costo risulterebbe cmq + alto rispetto ad un’identico in una realtà + ampia come Villesse,il fatto poi dell’arrivo dei mezzi pesanti in città avrebbe cmq un suo impatto di inquinamento non da poco.
    4) bisogna purtroppo delle volte anche analizzare i bisogni dei cittadini,sopratutto in un periodo cosi forte di crisi come quello che stiamo vivendo, fare un unico viaggio in macchina per una famiglia,parcheggiare senza dover pagare, avere a disposizione diversi prodotti in un’unico posto,ed avere una moltitudine di offerte resta un vantaggio dal punto di vista del cliente è lui che alla fine decide dove spendere i propri soldi.
    Il discorso proposto da PuntoZro è interessante ed andrebbe approfondito, in effetti lo shopping on line sta prendendo piede,in certi paesi ( UK),sta ottenendo un buona fetta di mercato,penso sia in effetti l’unica ” alternativa” ai c.c.,resta il fatto che cmq resti al chiuso,fra mura domestiche,e non muovi la macchina,indubbiamente meglio che il c.c.
    Vedo che cmq in questo sito,al di là dell’opinione espressa nell’articolo,si trova la pubblicità di un c.c.,quindi come possiamo vedere il mercato comunque ci condiziona,e non possiamo evidentemente fuggire del tutto dalla globalizzazione,anche se lo vorremmo.
    Mi unisco anch’io alla richesta di news sull’eventuale c.c. in via Terza Armata.
    Mi scuso per la lunghezza del mio post,di qualche errore grammaticale in cui sicuramente sono incappato,per finire, al di là del mio personale intervento ci tengo a ringraziare ed a complimentarmi con l’autore di
    questo sito,in quanto considero Gorizia una bella città,che avrebbe ancora molto da dire, a mio avviso ha delle ottime potenzialità non sfruttate,e percio lo ringrazio ancora per l’ottimo lavoro che sta svolgendo,è sempre un piacere vedere qualcuno che ha del vivo e vero interesse per la città in cui vive.
    Teodor72

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